Scendere a casa per Natale significa scarponcini che schizzano l’acqua dalle pozzanghere. Mio padre fa spallucce e mi prende la valigia dalle mani, mi abbraccerà più tardi. Venticinque sono gli anni della mia vita eppure dal mio primo vagito non sono ancora riuscita ad appianare le strade. Sì, la mia nascita è una data spartiacque per pochi. Solo per chi, di quel giorno, ricorda il profumo delle mandorle appena tritate, appallottolate e con un candito verde al centro, mai infornate. Quel giorno avevo fretta di nascere.
Varco la soglia di casa di nonna. Devo attraversare tre stanze per raggiungerla. Lei è seduta lì, sulla sua sedia di vimini d’età attestata sessant’anni. Nonna è l’unica che mi fa gli auguri due volte, per Natale e per il compleanno.
«Nun t facé vdé da niscioun.»
È la sua voce rauca al mio orecchio. Le mie mani sfiorano una venti euro azzurro jeans, la metto subito in tasca. Varranno la spesa di un intero giorno, pranzo e cena precisi.
«Ci sono delle cose che ho preparato pe’ te.»
Accanto alla sua sedia, uno scatolone aperto rivela vasetti trasparenti pieni di fiori secchi.
«Che sarebbe, nonna?»
«La camomilla del nonno.»
«Ma nonno non c’è più da cinque anni.»
«Ne fece assai, di camomilla. Non me la posso tenere tutta io. Ora chiama papà.»
Mio padre, che ha fatto sedere la nonna sulla sua carrozzina, la fa posizionare al capotavola. Ci sono alcune sedie vuote: ti sarebbe piaciuto nonno Luca con i suoi fiori secchi e profumati, e anche Zio Berto. Ti avrebbe preso in giro per i tuoi maglioni pesanti, che ti fanno assomigliare all’omino Michelin.
Sulle loro sedie non poggiamo nemmeno le borse. Sarà che da quando se ne sono andati sono diventate più scomode.
Così, mi ritrovo a mangiare portate che prima di vivere a Pordenone non volevo nemmeno sentir nominare. L’agnello, le inghiumarelle, l’ananas, le cartellate imbevute nel vin cotto di fichi, ché dopo averle mangiate ti devi succhiare le dita fino a sentirle umide. Non so com’è successo, mai mi sono accorta che tutto questo fosse fatto col mio sangue.
La nonna continua. «I crustuli, Marì, devi mangiare questi.»
«Ma non mi sono mai piaciuti.»
«Ma mo sei grande, jè dvers.»
Il crustulo è così duro che mi graffio l’interno della guancia in corrispondenza dei molari. Sangue e vin cotto di fichi, insieme.
La nonna copre con la carta stagnola le porzioni da lasciare ai figli e io prendo anche questo, per portarlo da te. Devi assaggiare tutto, come ho fatto io. Ti devo far sentire il profumo della camomilla. Prepariamo un infuso e lo mischiamo al vin cotto e ai dolori. Così la smettiamo di pensare alle sedie vuote, all’orgoglio, alle parole che non ci diciamo mai.
E sarà, per me e per te, un Buon Natale.

