Regina Viarum
Anno IV – Numero 029
di Caterina Mendolicchio
Avete mai visto il punto esatto in cui una strada, e quindi un viaggio, inizia (o termina)? Avete presente quelle due sensazioni lì? L’inizio, con la sua eccitazione e le farfalle nello stomaco per l’ignoto verso cui si va, e la fine, quel momento dove capisci che davvero tutto è finito e bisogna fare i conti con il bagaglio di emozioni raccolte lungo il cammino.
Ecco, quando la Via Appia finisce a Brindisi con due colonne provate dai millenni ma ancora lì che guardano con sfida e desiderio il mare, per me si concentrano ed esplodono come una Supernova una miriade di sensazioni: il passaggio dalla terra al mare e viceversa come nella città di Despina di Italo Calvino, i saluti di chi parte, di chi arriva e di chi resta, i nodi che si allacciano o si sciolgono e il desiderio di partire verso nuove avventure per terra o per mare: da una parte verso Roma attraverso un paesaggio mozzafiato, dall’altra verso l’Oriente di cui lì sulla battigia arrivano echi e sirene.
La Via Appia è la più celebre e importante strada dell’antica Roma. Un capolavoro dell’ingegneria civile romana iniziato nel 312 a.C. chiamata “regina viarum” dal poeta Stazio nel I secolo d.C. La strada collegava Roma fino al porto di Brindisi, snodandosi attraverso il Sud Italia per circa 900 km.
Da qui prende il via la suggestione dei “Territori immaginari”, che per me diventano la personificazione delle colonne del porto di Brindisi, piccole colonne d’Ercole dell’Adriatico alla fine della Regina Viarum, che guardano il mare esattamente come quelle di piazza San Marco (che pare avessero copiato proprio da Brindisi). Due Sfingi che sorvegliano un limes e un passaggio: quello tra terra e mare.
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