Scendo il 23

Io c’ho provato.
Avrei dovuto dire la verità.
È passato quasi un anno accademico e la conta dei giorni è la conta dei lavori che ho fatto per sostenermi e non chiedere altro ai miei genitori.
Ma non basta più.
Né per vivere né per sentirmi felice.
Dannati risparmi dei miei genitori che mi fanno sentire una merda! Sì, perché io le tasse universitarie le pago ma gli esami poi non li faccio.
“Mamma, non ho fatto neanche un esame. Non voglio frequentare Medicina, voglio fare l’illustratrice”. Questo voglio dirle in una delle nostre telefonate giornaliere in cui mi chiama per chiedermi: “cosa hai mangiato oggi?”.
Ogni volta che mi reco a lavoro tutto intorno a me si spegne, come i lampioni per strada di notte quando lasciano posto alle prime luci del giorno. Solo che in me quelle luci non si accedono mai tranne quando torno a casa e mi rimetto alla scrivania a disegnare.
E lì, allora, tornano i colori.
Certo, l’illustratore è un mestiere acrobatico ma io il medico proprio non lo voglio fare.
Mi piacciono le scienze e la ricerca – da piccola pensavo addirittura che avrei fatto la ricercatrice in un laboratorio – ma il medico guarda da vicino le cose. Io, invece, ho bisogno di allontanarmi dalle cose per vederle meglio.
L’illustrazione è finzione, illusione, come l’arte. Ma è solo il guscio. Se lo rompi e ti metti con l’orecchio appoggiato sul suo cuore caldo, riesci ad ascoltare storie più vere di quelle che ci vogliono far credere fuori, con i grandi discorsi politici, economici. Quella sì che è finzione. Quando disegno, entro nel mio tempo e mi sento aperta, viva, anche se sono triste.
Lucidità e psichedelia.

Qualche settimana fa, passeggiavo in un parco vicino casa. Sotto i piedi, stormi di foglie secche si agitavano al mio passo, suonando come acqua.
Ormai novembre era inoltrato e io dovevo decidere cosa fare a Natale. Prendere o no i biglietti del treno che -maledizione! – costano troppo, ma soprattutto: sarò capace di dire la verità ai miei genitori questa volta?
Mentre camminavo, vidi in lontananza un piccolo pozzo arrugginito.
Non aveva nulla di particolare. Era solo un piccolo pozzo arrugginito.
Mi avvicinai e sbirciai dentro.
Non si vedeva nulla. Buio totale ma stranamente non avvertii alcuna paura o angoscia.
Mi sentii quasi interrogata.
Dopo qualche secondo, che mi sembrò lungo giorni, sentii una voce d’acqua giungere da lontano. Un richiamo.
Ogni cosa si è schiarita.

Non vedevo più la scala di grigi dei mesi passati. Il terracotta del viale, l’amaranto delle panchine in fila, il marrone bruno dei rami che intagliava l’azzurro sfrontato del cielo. Perfino la luce che attraversava la lunga corsia di alberi, s’inebriò, come me, di colore.
Presi il telefono. Codice di sblocco, tre “tap” sullo schermo e attesi che qualcuno rispondesse dall’altra parte.


– Mamma…!
– Ehi tesoro, che c’è?
– Mamma, ti volevo dire che scendo il 23!


Adesso sono in treno, mancano 35 minuti all’arrivo. Quest’anno sarà un Natale diverso.
Il mio.

STOOOOOP!

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